
L’ultimo giorno di guerra
Walter Lange rientrò a Glashütte il 7 maggio 1945, ferito in modo grave sul fronte russo, dopo un ripiegamento verso ovest passato dalla Danimarca. Aveva vent’anni. Il giorno dopo, 8 maggio, ultimo giorno di guerra in Europa, un’incursione aerea colpì il paese a poche ore dalla fine ufficiale. L’edificio principale della manifattura, quello che in azienda chiamavano “il cantiere”, uscì dal bombardamento gravemente danneggiato. Gli occupanti sovietici presero quello che restava: orologi, componenti, macchine e la documentazione tecnica, compresa quella del cronometro da marina Lange che Walter dovette preparare lui stesso. Elizabeth Doerr, che nel 2004 tradusse in inglese le memorie di Lange, ha scritto su Quill & Pad che i russi smontarono le macchine e le spedirono a Mosca: in piedi rimase solo una turbina.
La gente di Glashütte si mise subito a ricostruire. “Non avevamo altra scelta”, scrive Lange nelle memorie citate dal sito stampa della casa, “produrre orologi era l’unico modo in cui noi e la nostra città potevamo sopravvivere”. Nel 1947 la famiglia mise in vendita il calibro 28, un movimento da polso ricavato dal calibro 48 da tasca; l’anno dopo il regime della SED ordinò l’esproprio e la trasformazione in azienda di Stato, una VEB. “Fummo espropriati e non potemmo più entrare in casa”, raccontò Walter Lange in un’intervista per i suoi novant’anni. Per lui l’alternativa era il lavoro forzato nelle miniere di uranio della Wismut; nel novembre 1948 fuggì a Pforzheim. “L’esproprio del 1948 è tra le mie esperienze più amare”, disse a Doerr nel 2014. “Fu ancora peggio dover assistere al lento declino della manifattura nazionalizzata.”
Quarant’anni di un cognome senza fabbrica
A Pforzheim, il centro orologiero della Germania Ovest, i tentativi di mettere in piedi una manifattura sua andarono male. Walter Lange fece il rappresentante di commercio per l’industria orologiera e orafa fino alla pensione, nel 1986. Dalla metà degli anni Settanta tornava con regolarità sui Monti Metalliferi per tenere i contatti con la gente del paese.
Il cognome valeva per quello che era stato. Ferdinand Adolph Lange si era formato a Dresda tra il 1830 e il 1835 nel laboratorio di Johann Christian Friedrich Gutkaes, l’orologiaio che curava gli strumenti del Gabinetto reale di matematica e fisica allo Zwinger; ne sposò poi la figlia. Il 7 dicembre 1845 aprì il suo primo laboratorio a Glashütte, un paese povero in un angolo depresso della Sassonia. La domanda di strumenti precisi per la scienza e l’industria fece crescere l’azienda in pochi anni; attorno si insediarono altri produttori, tra cui Julius Assmann; Lange stesso guidò il municipio per diciotto anni. Dopo il 1948 le aziende orologiere del paese finirono in un unico combinato di Stato per l’orologeria e la meccanica di precisione, il maggiore datore di lavoro della zona con 2.500 dipendenti, che passò dalla meccanica semplice al quarzo di massa senza reggere il confronto con l’Ovest. Nel 1990 A. Lange & Söhne, scrive il sito stampa della casa, era “poco più di un mito”. Un mito con un prezzo: nei cataloghi d’asta gli orologi da tasca di Glashütte stavano ancora in cima.
Blümlein, l’uomo dei ritorni
Günter Blümlein era nato a Norimberga nel 1943 e aveva studiato ingegneria di precisione; con l’orologeria non aveva legami diretti. La carriera l’aveva portato nella Foresta Nera, al gruppo Diehl, che negli anni Cinquanta aveva rilevato la Junghans; lì si era fatto un nome nel marketing e nelle vendite. Poi la VDO, in seguito controllata di Mannesmann, gli affidò due marchi svizzeri usciti male dalla crisi del quarzo, IWC e Jaeger-LeCoultre, riuniti in una holding chiamata Les Manufactures Horlogères, LMH. Il sito stampa di Lange, in un ritratto scritto per i vent’anni dalla morte, lo conta tra chi salvò l’orologeria meccanica svizzera dopo gli anni Settanta.
Il suo ragionamento su Glashütte lo ricostruisce la stessa fonte: ripartire dalla posizione che Lange occupava ancora, in cima alle aste con gli orologi da tasca, per costruirci sopra un marchio fondato sul lavoro a mano. Monochrome, nella guida al Lange 1, lo dice in modo più brusco: dopo aver rimesso in sesto Jaeger-LeCoultre e IWC, Blümlein decise di riportare in vita l’idea dell’orologio fatto in Germania.
I due soci non avevano lo stesso obiettivo. Walter Lange lo ha raccontato a Doerr: “Il mio socio in quest’impresa, Günter Blümlein, sentiva spesso il bisogno di dirmi: signor Lange, lei è più per Glashütte che per Lange. Per lui si trattava dell’azienda; per me di tutte e due le cose”. Da bambino, negli anni dopo il crollo del 1929, aveva visto dalla finestra del salotto la fila dei disoccupati davanti alla sede dell’azienda. Nel 1990 vedeva la stessa fila in arrivo. “Non pensavo affatto a fare soldi”, disse a Doerr. “Ero già troppo vecchio per quello.”
7 dicembre 1990
Walter Lange registrò la Lange Uhren GmbH il 7 dicembre 1990, a 66 anni, “con l’indirizzo postale preso in prestito da un ex compagno di classe”. Lo disse nell’intervista per i novant’anni. La data l’aveva scelta lui: 145 anni esatti dopo l’apertura del primo laboratorio del bisnonno. “Era un rischio. Era anche l’unica cosa da fare.” Il racconto pubblicato sul sito della casa parte da zero: nessun orologio da vendere, nessuna sede dove costruirlo.
La holding di Blümlein prese la maggioranza della nuova società; con i soldi di VDO e LMH i due convertirono in manifattura gli edifici dell’ex fabbrica di calcolatrici Archimedes e della Strasser & Rohde, specialista di pendoli di precisione. La casa di famiglia, all’incrocio principale del paese di fronte alla scuola tedesca di orologeria, oggi museo, non tornò indietro: una falla nella legge sui beni della DDR lo impediva, racconta Doerr. Lange trattò con la Treuhand, l’agenzia che gestiva il patrimonio dell’Est. “Il mercoledì prima di Pasqua incontrai il presidente della Treuhand, Detlev Karsten Rohwedder; dopo il colloquio ebbi per la prima volta la sensazione di parlare con la persona giusta. Cinque giorni dopo Rohwedder fu ucciso a colpi d’arma da fuoco in casa sua. Ero sconvolto.” Il palazzo lo ricomprarono dal comune di Glashütte solo nel 2000. Nel 1992, prima ancora di avere un orologio in vendita, la società depositò il suo primo brevetto: il grande datario.
24 ottobre 1994, Dresda
L’invito alla conferenza stampa del 24 ottobre 1994, al Residenzschloss di Dresda, prometteva che “l’intera, quasi schiacciante promessa che sta dietro il nome famoso in tutto il mondo di A. Lange & Söhne riappare ora in pubblico per la prima volta”. Sul tavolo Walter Lange, Günter Blümlein e Hartmut Knothe misero quattro orologi con quattro calibri nuovi: il Lange 1, il Saxonia, l’Arkade rettangolare e il Tourbillon “Pour le Mérite”. Il sito stampa della casa dice che i 123 esemplari costruiti fino a quel giorno andarono venduti in pochi minuti. Blümlein, dopo la conferenza: “Da nuovi arrivati non possiamo permetterci la minima debolezza. I nostri prodotti devono essere perfetti fino al più piccolo dettaglio”.
Il tourbillon spiega la strategia. Un tourbillon a un minuto con la trasmissione a fusée e catena degli orologi da tasca dell’Ottocento, che prima di allora in dimensioni da polso non esisteva: serviva a dire che la nuova Lange entrava subito nell’alta orologeria, senza passare da un solo tempo. Il Lange 1 era invece la faccia del marchio: 38,5 mm, carica manuale, calibro L901.0 con platina a tre quarti in alpacca finita a mano e ponte del bilanciere inciso, due bariletti per 72 ore di riserva. Il treno del tempo, scrive Monochrome, fu calcolato con l’aiuto del calibro 822 di Jaeger-LeCoultre; il resto venne disegnato da zero.
Il quadrante non aveva niente al centro. Ore e minuti decentrati a sinistra, piccoli secondi sotto, riserva di carica a destra, il datario in alto con cifre tre volte più grandi di quelle degli orologi della stessa misura, costruito con due dischi sovrapposti. Monochrome scrive che le posizioni seguono la sezione aurea: a prima vista sembra disordine, misurato è il contrario.
Un orologio da teatro del 1841
Il datario veniva da Dresda. Alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento la corte sassone chiese a Gutkaes “un cronometro rispettabile” come non se n’erano visti, per il nuovo teatro di corte progettato da Gottfried Semper. Il teatro aprì il 12 aprile 1841. Sopra il palcoscenico Gutkaes montò un orologio a due finestre: due tamburi rivestiti di tessuto con le cifre stampate, mossi da un rotismo, le ore in numeri romani da I a XII a sinistra, i minuti a destra in cifre arabe di cinque in cinque, da 5 a 55, con la finestra vuota all’ora piena. I tamburi avevano un diametro di circa 160 centimetri e cifre alte una quarantina: dovevano leggersi dalle ultime file. Gutkaes lo costruì con i suoi dipendenti, tra i quali Ferdinand Adolph Lange.
Quell’orologio bruciò con il teatro nel 1869. Ludwig Teubner, allievo di Gutkaes, ne costruì un secondo per la ricostruzione; nella seconda guerra mondiale l’edificio andò distrutto di nuovo; il terzo orologio, rifatto da una squadra guidata dagli ingegneri Klaus Ferner e Harry Julitz, scatta in silenzio sopra il palco della Semperoper dalla riapertura del 13 febbraio 1985.
Il sito ufficiale di Lange spiega il datario del Lange 1 con lo stesso principio, due finestre affiancate con la cifra delle decine a sinistra; dal primo al nono giorno del mese quella di sinistra resta vuota, allo stesso modo in cui alla Semperoper si svuota la finestra dei minuti allo scoccare dell’ora. L’argomento era quello del 1841, leggere meglio. La novità con cui Lange si ripresentò nel 1994 era un recupero: un’idea di Dresda del 1841, costruita con le mani del fondatore, portata al polso con un brevetto del 1992. Un marchio che per 46 anni era esistito solo nei cataloghi d’asta tornò con un orologio che al polso non aveva precedenti e che, pezzo per pezzo, era una citazione. Il grande datario in un orologio da polso di serie non si era ancora visto; funzionò perché a Dresda quell’idea stava sopra un palcoscenico dal 1841.
Dopo
Il Datograph arrivò a Baselworld nel 1999: un cronografo con movimento di manifattura, contatore dei minuti a scatto e grande datario, in anni in cui case rinomate montavano ancora movimenti cronografici standard, scrive il sito stampa Lange. Il 21 luglio 2000 Richemont annunciò l’acquisto di LMH da Mannesmann, che aveva deciso di vendere dopo essere stata comprata da Vodafone AirTouch nel febbraio dello stesso anno: 2,8 miliardi di franchi per la holding, che possedeva il 90 per cento della Lange Uhren GmbH; il 10 per cento restava alla famiglia. Il comunicato riassume la storia A. Lange & Söhne in una riga, fondazione a Glashütte nel 1845 e rifondazione nel 1990 da parte del pronipote Walter Lange, poi descrive una casa da circa 180 dipendenti e circa 4.000 orologi venduti nel 1999, metà in Germania, attraverso una cinquantina di rivenditori, con prezzi tra 10mila e 300mila franchi. Johann Rupert spiegò la concorrenza per LMH con la qualità del management: “Il signor Blümlein guida una squadra di veri professionisti”.
Günter Blümlein morì il 1° ottobre 2001, a 58 anni. Non vide il Double Split del 2004, il primo cronografo con doppia rattrapante e la prima spirale prodotta in casa. Walter Lange restò ambasciatore della casa fino alla morte, il 17 gennaio 2017. Il 22 settembre 2026, per i 25 anni dalla morte di Blümlein, l’amministratore delegato Wilhelm Schmid ha messo la cosa così: “Walter Lange era il cuore, Günter Blümlein il cervello di A. Lange & Söhne. Senza l’altro, ognuno dei due sarebbe probabilmente naufragato”.
Il Datograph ha avuto il suo calendario perpetuo nel 2006, con il calibro L952.1. Il 24 ottobre 2026, 32 anni esatti dopo il Residenzschloss, Lange ha presentato il Datograph Perpetual ref. 410.136E: 50 pezzi in platino con bracciale in platino, 41 mm di cassa, lo stesso L952.1 del 2006, 280mila euro secondo Swisswatches Magazine. In alto, a ore 12, il datario a due finestre prende forma e caratteri, scrive Swisswatches, dall’orologio del teatro di Semper.
Fonti
- A. Lange & Söhne, “Walter Lange on his 100th birthday”, sito stampa, 8 luglio 2024
- A. Lange & Söhne, “An unforgotten legend”, sito stampa, 1 ottobre 2021
- A. Lange & Söhne, “Günter Blümlein’s Legacy”, sito stampa, 22 settembre 2026
- A. Lange & Söhne, “Always looking ahead”, sito stampa, 7 dicembre 2020
- A. Lange & Söhne, “The Five-Minute Clock in the Semper Opera House and its 180-year history”, sito ufficiale
- A. Lange & Söhne, “A. Lange & Söhne is reborn”, sito ufficiale
- Richemont, comunicato stampa del 21 luglio 2000 sull’acquisizione di LMH e del 40 per cento di Jaeger-LeCoultre
- Monochrome Watches, “Remembering Walter Lange, Founder of A. Lange & Söhne, on his 100th Birthday”, 29 luglio 2024
- Monochrome Watches, “The Ultimate Guide to the A. Lange & Söhne Lange 1 Collection”, 13 gennaio 2022
- Quill & Pad, Elizabeth Doerr, “Happy 90th Birthday To Walter Lange With A Look Back At The Modern A. Lange & Söhne”, 29 luglio 2014
- Concours of Elegance, “What a Stage Clock and the Iconic Lange 1 Have in Common”, 19 aprile 2021
- Swisswatches Magazine, sul Datograph Perpetual 410.136E, 24 ottobre 2026
- TickTalk, “Lange mette il bracciale in platino sul Datograph Perpetual”, 25 ottobre 2026




