Il Seiko Tuna: l’orologio che sembrava un barattolo di tonno

Una lettera da Kure City

Nel 1968, un palombaro professionista che lavorava sulle piattaforme petrolifere al largo delle coste giapponesi scrisse una lettera a Seiko. Non era una lettera di elogio. Spiegava, con la praticità di chi conosce il problema dall’interno, che gli orologi Seiko per subacquei non reggevano alle condizioni reali del suo lavoro: si riempivano di elio durante le immersioni di saturazione e perdevano il vetro in decompressione. Chiedeva una soluzione.

La lettera arrivò, venne letta; qualcosa si mosse. Un gruppo di ingegneri Seiko, guidati da Ikuo Tokunaga, cominciò a lavorare a un progetto che avrebbe richiesto sette anni. Non è una metafora di dedizione: ci vollero letteralmente sette anni, dal 1968 al 1975, per portare sul mercato qualcosa che rispondesse davvero a quelle esigenze. Nel frattempo, Rolex e Omega avevano già adottato la valvola di scarico dell’elio come soluzione standard per le immersioni di saturazione, dove i palombari vivono per giorni in ambienti pressurizzati con miscele contenenti elio, un gas abbastanza piccolo da infiltrarsi attraverso le guarnizioni convenzionali.

Tokunaga e il suo team scelsero una strada diversa. Non una valvola per far uscire l’elio: una struttura che impedisse all’elio di entrare. Il ragionamento era corretto quanto era difficile da realizzare. Serviva una guarnizione di tipo completamente nuovo, una geometria di cassa inedita, materiali che nessuno aveva ancora usato in orologeria. Il risultato fu una gasket a forma di L, abbinata a una cassa monoblocco in titanio senza fondello: l’orologio veniva assemblato e sigillato dall’alto, eliminando uno dei principali punti di infiltrazione.

Venti brevetti e nessuna lug

Nel 1975, Seiko presentò il risultato di quei sette anni: la referenza 6159-7010, quello che oggi chiamiamo affettuosamente Grandfather Tuna. L’orologio era coperto da più di venti brevetti, molti dei quali riguardavano solo l’involucro esterno. Era il primo orologio subacqueo con cassa in titanio, un materiale che a metà degli anni Settanta nessun produttore aveva ancora adottato. Era il primo orologio da immersione professionale con shroud esterno in titanio rivestito di ceramica nera, un cilindro da 51 millimetri che avvolgeva la cassa interna e la proteggeva dagli impatti. Era il primo a usare un cinturino in gomma con ventilazione ad accordion, progettato per mantenersi stretto sul polso mentre la muta si comprimeva con la pressione: quel sistema è oggi uno standard del settore.

Non aveva lugs, non aveva fondello, non aveva niente che non servisse a qualcosa di preciso.

Da un punto di vista estetico, il 6159-7010 era l’esatto contrario di quello che il mercato degli orologi aveva imparato ad apprezzare fino a quel momento. Il profilo era alto, quasi cilindrico, da lontano assomigliava più a un componente industriale che a un orologio da polso. Qualcuno, su un forum americano di appassionati, cominciò a chiamarlo Tuna Can perché ricordava una lattina di tonno. Il nome rimase, si diffuse; Seiko nel tempo lo adottò come parte dell’identità stessa della linea.

Va detto che il pubblico a cui era destinato probabilmente non si preoccupò molto del soprannome. Il 6159-7010 non era un orologio pensato per i collezionisti, non era pensato per i banker di Ginevra né per chi frequentava il Salon di Basilea. Era pensato per chi trascorreva la notte in un habitat pressurizzato a trenta metri sotto la superficie dell’oceano per poi scendere a lavorare a seicento. Per quella persona, l’assenza di lugs e il profilo goffo erano dettagli irrilevanti. La gasket a L che riduceva l’infiltrazione di elio a un centesimo rispetto agli orologi convenzionali era quello che contava.

Il quarzo e l’oro

Nel 1978, tre anni dopo il Grandfather Tuna, arrivò la referenza 7549-7009. Il soprannome fu immediato: Golden Tuna, per via del rivestimento in titanium nitride che dava alla cassa interna, alla corona e alle viti una tinta dorata. Il titanium nitride, un composto ceramico durissimo, non era solo estetico: aumentava la resistenza agli urti della superficie metallica. Anche in questo caso, Seiko registrava un primato, perché il 7549-7009 fu il primo orologio subacqueo da saturazione con movimento al quarzo.

Il quarzo era ancora una tecnologia giovane, e soprattutto era sinonimo di precisione assoluta in condizioni difficili. Un movimento meccanico di alta qualità poteva perdere qualche secondo al giorno; un buon quarzo stava nei secondi al mese. Per un palombaro professionista che doveva gestire i tempi di decompressione, quella differenza non era trascurabile.

Il Golden Tuna è anche il Tuna che la maggior parte delle persone conosce senza sapere di conoscerlo, perché nel 1981 apparve al polso di Roger Moore in For Your Eyes Only. Bond si immerse con quel blocco dorato e nero sopra la muta, visibile ma non al centro della scena. Non era uno dei gadget di Q, non esplodeva e non trasmetteva messaggi in codice: era semplicemente l’orologio che il consulente subacqueo della produzione aveva scelto come più credibile per quella sequenza. Niente di più appropriato, per un orologio nato da una lettera di un vero palombaro. Il Golden Tuna non divenne subito il Bond watch più citato, probabilmente perché la sua estetica continuava a dividere. Ma la notizia rimase nell’aria, e col tempo tornò a galla.

Il problema che non era un problema

Vale la pena spendere qualche riga sul perché il Tuna, nonostante tutto, non piacesse. Non si trattava solo delle dimensioni, anche se il diametro da 51 millimetri con lo shroud non era esattamente discreto, e indossarlo sopra una muta da subacqueo era probabilmente l’unico contesto in cui le proporzioni tornavano. Il problema era più sottile: il Tuna era ostentatamente funzionale in un’epoca in cui gli orologi subacquei stavano diventando oggetti di moda oltre che strumenti. La Submariner di Rolex era già un accessorio di stile; il Doxa Sub aveva trovato una sua estetica distintiva e riconoscibile, quella combinazione arancione e acciaio che si era ritagliata uno spazio preciso nell’immaginario visivo del decennio. Il Tuna rifiutava quel gioco. Non aveva curve che cercavano la complessità visiva, non aveva dettagli che occhieggiavano al formale. Era un tubo di titanio con un quadrante dentro, e sembrava sapere benissimo di esserlo.

Questa differenza era anche strutturale. Rolex risolveva il problema dell’elio con la valvola Rolex Helium Escape Valve, visibile sul fianco della cassa come un elemento tecnico diventato estetico, quasi un distintivo. Il Tuna la sua soluzione la nascondeva dentro: la gasket a L non si vedeva, lo shroud era un blocco opaco. Tutta quella ricerca di sette anni stava in una forma che non raccontava niente di se stessa a chi guardava da fuori. Per gli appassionati abituati a leggere un orologio dal quadrante e dai dettagli costruttivi visibili, il Tuna risultava muto.

Per il mercato degli appassionati degli anni Settanta e Ottanta, questa onestà funzionale risultava difficile da digerire. L’orologio giusto doveva avere una storia di stile oltre che una storia tecnica. Il Tuna ne aveva solo una, e la raccontava con una certa arroganza silenziosa: esiste per fare una cosa, la fa meglio di qualsiasi altro, il resto non ti riguarda.

Quella postura, col tempo, è diventata precisamente il motivo del suo culto. Le community di appassionati online degli anni Duemila riscoprirono il Tuna partendo dalla sua funzionalità pura, dallo stesso punto di vista con cui si giudica un coltello da campo o un paio di stivali da lavoro: non conta se è bello, conta se regge. E il Tuna reggeva, aveva retto per decenni, e continuava a reggere. Qualcuno cominciò a portarlo come quotidiano, scoprendo che il formato cilindrico senza lugs, paradossalmente, non usciva dal polso come ci si aspettava. Il peso rimaneva centrato, lo shroud proteggeva la cassa dagli urti di una giornata normale come lo proteggeva a seicento metri di profondità. Era sopravvissuto a condizioni che nessun collezionista avrebbe mai incontrato, il che lo rendeva indistruttibile nel senso più banale e rassicurante del termine.

L’impero delle lattine

Negli anni successivi al Grandfather e al Golden Tuna, Seiko sviluppò la linea in direzioni che portarono a una vera e propria tassonomia dei soprannomi. Il Darth Tuna, tutto nero in PVD, con rating a 1000 metri. Il Baby Tuna, versione ridotta ma ancora con le specifiche professionali. Il Tuna PADI, in collaborazione con la Professional Association of Diving Instructors, con la combinazione cromatica blu e rossa caratteristica di quell’organizzazione. E nel 2009, il pezzo che molti considerano l’apice tecnico della linea: l’SBDX011, soprannominato Emperor Tuna, 52 millimetri di titanio PVD, cristallo zaffiro, calibro automatico 8L35 con 50 ore di riserva di carica, 1000 metri di resistenza all’acqua, uscito inizialmente solo per il mercato giapponese. Il fatto che il soprannome Emperor fosse già pronto prima ancora che l’orologio arrivasse in Occidente dice qualcosa sulla fedeltà della community a quella linea.

Ogni Tuna porta il nome di qualcosa: pesci, personaggi cinematografici, metalli preziosi, animali. La nomenclatura popolare ha fatto un lavoro che Seiko non aveva pianificato, trasformando una serie di referenze professionali in un bestiario affettuoso. È difficile pensare a un altro orologio che abbia generato una quantità simile di soprannomi spontanei, tutti coerenti con la forma originale, tutti riconoscibili a chi conosce la linea. Il Tuna è diventato un linguaggio condiviso tra appassionati, una shorthand per identificarsi.

L’Emperor Tuna fu la conferma che Seiko non aveva mai smesso di prendere sul serio quella linea nata da una lettera di un palombaro arrabbiato. Ogni iterazione aggiungeva qualcosa senza tradire la forma di partenza: la cassa interna, lo shroud esterno, l’assenza di lugs, il cinturino ventilato. Il Tuna era riconoscibile a distanza da qualsiasi altro orologio, e quella riconoscibilità era diventata un valore invece che un difetto.

Il mercato del vintage seguì. I 6159-7010 in buone condizioni si trovano oggi a cifre che avrebbero stupito chiunque negli anni Ottanta: non perché siano diventati eleganti, ma perché la storia che portano addosso ha acquisito peso. Un orologio con venti brevetti, primo del suo tipo in titanio, costruito per rispondere a una singola lettera di un singolo palombaro, ha una narrativa che tiene meglio di molte storie costruite appositamente per il mercato del collezionismo.

L’orologio che non chiedeva il permesso

La tesi di questa colonna, che ci accompagna da qualche numero, è che certi orologi diventano cult non nonostante la loro divisività al lancio, ma grazie ad essa. Il Tuna non cercava il consenso del mercato: era troppo occupato a risolvere un problema reale per preoccuparsene. Quella concentrazione totale sulla funzione, quell’indifferenza quasi ostentata verso il giudizio estetico convenzionale, è la stessa cosa che oggi lo rende affascinante.

Tokunaga e il suo team non stavano costruendo un orologio che doveva piacere. Stavano costruendo un orologio che doveva funzionare dove gli altri cedevano. Il mercato degli appassionati ci ha messo qualche decennio ad accorgersi che le due cose non si escludono; la seconda, portata alle estreme conseguenze, produce qualcosa di molto più duraturo della prima.

Il palombaro di Kure City probabilmente non si immaginava di scrivere la lettera che avrebbe dato origine a un’icona. Forse non gliene importava molto. Voleva solo un orologio che non gli facesse saltare il vetro durante la risalita.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *