Il secondo orologio sulla Luna

C’è una fotografia scattata il 2 agosto 1971 che quasi nessuno conosce. Dave Scott, comandante dell’Apollo 15, cammina sul suolo lunare vicino al rover, il primo veicolo a quattro ruote mai guidato su un altro corpo celeste. Al polso sinistro porta un cronografo con quadrante nero, lancette bianche, pulsanti grandi e arrotondati: non è uno Speedmaster, non ha mai fatto parte della dotazione ufficiale NASA, ed è lì per ragioni che nessuno aveva programmato.

Questa è la storia dell’altro orologio sulla Luna.

Un americano tra i clockwork svizzeri

Per capire come un Bulova sia finito sulla superficie lunare, bisogna tornare indietro di qualche anno e considerare il contesto in cui quella missione si inseriva. Negli anni Sessanta, Bulova era un nome rispettato nell’orologeria americana, ma operava in uno spazio ibrido: marchio statunitense con radici produttive europee, posizionato tra l’artigianato svizzero e la scala industriale americana.

Il suo contributo alla corsa allo spazio era già consolidato, anche se raramente citato. Mentre l’Omega Speedmaster diventava l’orologio ufficiale delle missioni NASA, la tecnologia Accutron di Bulova era presente come clock da cruscotto in 46 missioni spaziali, incluso il programma Apollo. Non sul polso degli astronauti, ma nei sistemi di navigazione, negli strumenti di bordo, nella meccanica silenziosa che teneva il tempo mentre gli uomini guardavano fuori dall’oblò.

I diapason Accutron venivano utilizzati per “tagliare” la luce delle stelle in pattern di scansione per il sistema di navigazione Apollo, e i timer Accutron contribuivano a controllare gli esperimenti scientifici lasciati dagli astronauti sulla Luna. Era una presenza capillare, tecnica, invisibile. Bulova era dentro le missioni, ma non in copertina.

L’Accutron merita un cenno separato, perché rappresenta uno dei momenti più originali della storia dell’orologeria del dopoguerra. Concepito dall’ingegnere di Bulova Max Hetzel (originario di Basilea), il diapason elettronico garantiva una frequenza di oscillazione di 360 volte al secondo, circa 150 volte più veloce di un movimento meccanico tradizionale a bilanciere, con una precisione dichiarata di un minuto al mese. Il suono caratteristico non era il ticchettio convenzionale ma un ronzio continuo, quasi alieno; un orologio che sembrava provenire da un laboratorio più che da un atelier.

Buzz Aldrin, lo stesso membro dell’Apollo 11 che indossava lo Speedmaster sulla superficie lunare, lasciò anche un timer Accutron all’interno del veicolo lunare abbandonato nel Mare della Tranquillità nel 1969. Bulova era già sulla Luna, in un certo senso. Mancava solo il polso.

Il protocollo e l’ambizione

Capire perché Bulova non ottenne mai la certificazione NASA ufficiale richiede qualche parola sul processo di selezione che, nel 1965, consacrò lo Speedmaster. I test condotti dalla NASA non valutavano soltanto la precisione: includevano resistenza alle alte temperature, agli shock, alle vibrazioni, al vuoto e all’umidità. Lo Speedmaster Professional superò quei test con un margine di sicurezza che nessun altro cronografo fu in grado di eguagliare nelle sessioni pubbliche.

Bulova non accettò quella conclusione con rassegnazione. La casa americana era insistente nel voler sottrarre ad Omega il monopolio NASA, e arrivò a fare lobbying presso senatori statunitensi per far applicare il Buy America Act del 1933, in quanto era l’unico grande produttore di orologi con base negli Stati Uniti. Un tentativo legittimo ma fallito: la NASA non era disposta a compromettere la sicurezza degli astronauti per ragioni commerciali o nazionalistiche, e lo Speedmaster rimase l’orologio ufficiale.

Nel 1967, tuttavia, Bulova acquisì Universal Genève, la maison svizzera con una lunga tradizione nella produzione di cronografi complicati. Non disponendo di movimenti cronografici propri, Bulova si affidò al know-how della sua controllata svizzera e procurò 16 prototipi completi basati sulla tecnologia Universal Genève. Questi prototipi erano stati realizzati per avvicinarsi alle specifiche NASA, con casse robuste e pulsanti grandi, dimensionati per essere azionati con i guanti pressurizzati di una tuta spaziale. Il meccanismo era con ogni probabilità basato su un Valjoux 72, lo stesso calibro che in quegli anni animava la Rolex Daytona.

Uno di quei 16 prototipi finì nelle mani di Dave Scott.

Il 2 agosto 1971

Dave Scott era il comandante dell’Apollo 15, la nona missione con equipaggio del programma Apollo e la quarta a portare esseri umani sulla superficie lunare. Era anche la prima a includere il Lunar Rover, il veicolo elettrico che avrebbe permesso agli astronauti di esplorare distanze impensabili rispetto alle missioni precedenti. Scott era un pilota collaudatore di prima categoria, veterano di Gemini 8 e Apollo 9, e aveva la reputazione di essere tra i più metodici e preparati della leva di astronauti degli anni Sessanta.

Come tutti i suoi colleghi, aveva ricevuto da NASA uno Speedmaster Professional. Come molti di loro, aveva anche portato a bordo oggetti personali nell’ambito delle Personal Preference Kit, la piccola dotazione di effetti personali che ogni astronauta poteva includere nella missione. Tra i suoi oggetti personali, quel prototipo Bulova ref. 88510/01, probabilmente ricevuto direttamente dalla casa americana come gesto commerciale o di goodwill.

La sequenza degli eventi che portò al Bulova sul polso di Scott durante la EVA-3 è nota grazie alle trascrizioni ufficiali della missione e a una serie di corrispondenze successive. Al termine della seconda passeggiata lunare, Scott tornò nel modulo e si accorse che il vetro hesalite del suo Speedmaster si era staccato durante l’EVA. Per la terza uscita, utilizzò quindi il suo orologio di riserva.

La temperatura sulla superficie lunare in piena luce solare supera i 120 gradi centigradi. Lo Speedmaster era stato certificato fino a 71 gradi; le condizioni di Apollo 15, con EVA più lunghe e più esposte rispetto alle missioni precedenti, avevano creato uno stress termico che la resina hesalite del vetro non aveva retto. Lo stesso problema si verificò sulla missione Apollo 16 con Charlie Duke, il cui Speedmaster cessò di funzionare a causa dell’ingresso di polvere lunare nel movimento dopo la perdita del vetro.

Scott non rimase senza orologio. Prima di uscire per la terza EVA, sostituì lo Speedmaster sul cinturino in velcro con il Bulova. Stando a quanto Scott scrisse in una lettera allegata al lotto d’asta, l’orologio fu utilizzato per tracciare il tempo trascorso dall’accensione dei sistemi del PLSS (lo zaino per il supporto vitale) e per gestire le riserve di ossigeno, acqua e batteria durante l’intera escursione. Sul suolo della Luna, il tempo non era un lusso astratto ma un parametro di sopravvivenza, misurato in minuti di ossigeno rimasti nello zaino.

Una storia smarrita, poi ritrovata

Quello che rende questa vicenda ancora più curiosa è che per decenni nessuno sapeva con certezza di quale orologio si trattasse. In una lettera del 1996, Scott stesso indicò per errore che l’orologio di riserva fosse un Waltham. Solo nel 2014, riesaminando i documenti per un articolo, corresse la sua stessa versione: era un Bulova, non un Waltham. “Francamente, nel ’96 ho semplicemente sbagliato. Le cose erano un po’ nebulose dopo 25 anni, e non avevo approfondito molti aspetti collaterali della missione.”

Quella correzione aprì un capitolo nuovo. Nel 2015, il prototipo Bulova ref. 88510/01 fu messo all’asta da RR Auction. Il prezzo di aggiudicazione fu di 1,59 milioni di dollari. Non male per un orologio che per quasi mezzo secolo era rimasto nell’ombra della storia, dimenticato anche da chi lo aveva indossato.

Il clamore dell’asta spinse Bulova a rivedere il proprio archivio storico. Sull’onda della vendita, Bulova introdusse una riedizione del cronografo, inizialmente chiamata “Special Edition Moon Watch Chronograph” e poi evoluta nel Lunar Pilot che conosciamo oggi. Una scelta tardiva ma coerente: l’eredità c’era, aveva solo bisogno di essere nominata.

Il Lunar Pilot moderno

La versione contemporanea del Lunar Pilot è un oggetto interessante, non privo di tensioni interne. Il caso misura 45 mm, leggermente superiore al prototipo originale di 43,5 mm, con pulsanti arrotondati e grandi che evocano la logica funzionale dell’originale: azionabili con i guanti. Il quadrante è nero, le lancette bianche, la disposizione tricompass con i tre contatori a ore 3, 6 e 9 richiama l’impostazione del cronografo di Scott.

Il movimento è una scelta che merita riflessione. Bulova equipaggia il Lunar Pilot con il calibro NP20, un movimento al quarzo Ultra High Frequency (UHF) che batte a 262.144 Hz, con una precisione dichiarata di più o meno cinque secondi al mese. Un quarzo, dunque, non un meccanico. La decisione è difendibile in termini di coerenza con il DNA del brand; Bulova ha sempre fatto della precisione elettronica il proprio terreno, ma qualcuno tra gli appassionati avrebbe preferito un calibro automatico, magari derivato proprio da quel Valjoux 72 che animava l’originale.

Nel 2021, per il cinquantesimo anniversario della missione Apollo 15, Bulova rilasciò un’edizione limitata del Lunar Pilot in titanio grado 5 con dettagli dorati sul fondello, sulla lunetta e sulle aste. Il fondello inciso riportava la sagoma di un astronauta sulla superficie lunare. Un gesto celebrativo curato, anche se il titanio dorato appartiene più all’estetica commemorativa che alla sobrietà tecnica dell’originale.

L’altra faccia della luna

La storia del Bulova Lunar Pilot solleva una questione che va oltre la catalogazione storica. Omega ha costruito attorno allo Speedmaster una narrazione potente e in larga parte meritata: è il Moonwatch, è stata sul polso di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, è l’orologio della NASA. Ma la storia è raramente così lineare.

Bulova era nella tecnologia di navigazione di Apollo 11. Un Accutron è rimasto sulla Luna dal 1969. Un Bulova è stato indossato sulla superficie lunare nel 1971. Eppure per cinquant’anni questo contributo è rimasto invisibile, non perché fosse falso, ma perché nessuno aveva interesse a raccontarlo.

Il mercato degli orologi premia la narrazione quanto la meccanica. Lo Speedmaster è diventato leggendario anche per la capacità di Omega di costruire e sostenere quella narrativa nel tempo. Il Lunar Pilot arriva alla sua storia per vie traverse: un’asta, una correzione di memoria di un astronauta anziano, una riscoperta d’archivio. È una storia meno lineare, forse meno eroica nel senso cinematografico del termine, ma non meno reale.

Sul polso di Dave Scott, quel 2 agosto 1971, c’era un orologio che nessuno aveva scelto, che era lì per caso, che aveva preso il posto di un altro in circostanze di emergenza. E ha tenuto il tempo mentre il settimo uomo a camminare sulla Luna guidava il primo veicolo terrestre su suolo lunare. Non male, per un backup.

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