
L’orologio che non doveva piacere a nessuno
Una riga sola
Kikuo Ibe aveva in mano un orologio in pezzi. Era un regalo del padre, un tre lancette con datario di una marca giapponese che lui non vuole nominare per non fare un torto al produttore; sul palco di Worn & Wound, a New York nel 2025, ha precisato soltanto che non era un Casio. Gli era caduto, si era aperto, il fondello da una parte e le lancette dall’altra. “A quel tempo si pensava che gli orologi andassero trattati con cura”, ha raccontato. Ibe, nato nel 1952, si era laureato in ingegneria meccanica alla Sophia University nel 1976, poi era entrato in Casio. Lavorava nel reparto design, dove si occupava della costruzione dei digitali.
Nel 1981 porta a una riunione aziendale una proposta che sta tutta in una riga: un orologio robusto che non si rompa nemmeno se cade. Casio la ricorda così sul proprio sito, con la precisazione che l’idea era “troppo poco convenzionale” per un’epoca in cui gli orologi si consideravano strumenti delicati, costruiti con precisione: romperli in una caduta sembrava normale. La proposta passa lo stesso. Fuori, l’industria giapponese andava in un’altra direzione. “Allora l’industria degli orologi pensava alle casse sottili”, ha detto Ibe a New York; Nippon.com conferma che in Giappone gli orologi da abito sottili erano la moda dominante.
Il bagno del terzo piano
Ibe sceglie come laboratorio la finestra del bagno al terzo piano del centro di ricerca e sviluppo di Casio. Sotto c’è il marciapiede, dieci metri più in basso: la misura diventa il primo dei tre dieci che il gruppo si dà come obiettivo, insieme a 10 bar di impermeabilità e a una pila che duri dieci anni. La prima idea è la più ovvia. Ibe prende una cassa di metallo, la avvolge nella gomma e la butta di sotto. L’orologio regge solo quando Ibe ci mette tanta gomma da farne una palla; Casio racconta che a un certo punto il prototipo aveva le dimensioni di una palla da softball. Funzionava, ha ammesso lui stesso. Il campione però era del tutto irrealistico.
Da lì il lavoro prende una forma più seria. Ibe progetta una struttura a cinque stadi, cinque elementi ammortizzanti che proteggono le parti vitali del modulo: così riporta l’orologio a dimensioni accettabili. Ibe ritrova il guaio all’interno: a ogni lancio dal terzo piano si rompe un componente elettronico, lui lo rinforza, al lancio successivo cede un altro pezzo. Nel frattempo Casio formalizza il progetto con un gruppo di otto persone, il Project Team Tough, gli dà il compito di arrivare a un prodotto da vendere e sceglie un nome, G-Shock. Secondo Nippon.com dopo un anno il gruppo aveva consumato più di cento prototipi con pochissimo in mano.
La palla di gomma
Le versioni dell’ultima settimana non coincidono del tutto. Casio scrive che Ibe si concede sette giorni per dedicare ogni ora di veglia al problema e che lo tormenta il pensiero di dover lasciare l’azienda se fallisce. Nippon.com, nell’intervista del 2021, va oltre: Ibe aveva deciso di andarsene ed era passato in ufficio nel giorno libero per mettere in ordine le sue cose. Le due fonti si ritrovano sul finale. È domenica, Ibe esce nel parco accanto all’ufficio e vede alcuni bambini giocare con una palla di gomma.
La soluzione che gli viene in mente rovescia tutto quello che aveva provato fino a quel momento. Invece di corazzare il modulo, lo sospende. Il cuore elettronico dell’orologio resta dentro una cassa cava, appoggiato soltanto in alcuni punti, in modo che sembri galleggiare come qualcosa chiuso dentro la palla; intorno restano i cinque stadi di assorbimento. Nippon.com la chiama costruzione “float” e scrive che resta la struttura di base dei G-Shock di oggi.
L’orologio che ne esce, il DW-5000C, va in vendita nel 1983 dopo due anni di lavoro e, secondo Nippon.com e Fratello, più di duecento prototipi. Sotto la resina c’è una cassa centrale in acciaio con il fondello a vite, su cui Casio incide “Shock Resistant”. Sulla lunetta piatta ci sono le scritte PROTECTION e G-SHOCK, sul quadrante tocchi di rosso, blu e giallo e un motivo a mattoni che Jorg Weppelink, su Fratello, mette fra i dettagli che ama di più. Dentro lavora il modulo 240: ora in formato 12 e 24, sveglia, cronometro fino a 60 minuti, timer, calendario automatico e una luce che, scrive ancora Weppelink, illuminava le ore ma non arrivava a far leggere i minuti. Ibe ha raccontato a Time+Tide che il triplo dieci, alla fine, non lo rispettò alla lettera: molti orologi avevano già 10 bar e il gruppo salì a 20; la pila si fermò a sette anni invece di dieci. Lo produceva lo stabilimento di Yamagata Casio, che l’azienda chiama la fabbrica madre del G-Shock. Per festeggiare la fine del lavoro Casio fece preparare un esemplare speciale con il nome del gruppo inciso e lo consegnò soltanto agli otto del Project Team Tough.
Il Giappone non lo voleva
Il prezzo era 11.400 yen. Casio lo aveva pubblicizzato come capace di sopportare le vibrazioni di un martello pneumatico; l’esemplare originale è ancora nella collezione dell’azienda. La stessa Casio, nella storia ufficiale del modello, scrive che quell’orologio grosso e squadrato all’uscita “si vendette appena”. Nippon.com parla di un interesse tiepido dei clienti giapponesi davanti a un oggetto ingombrante in un mercato innamorato degli orologi sottili.
Ai negozi piaceva ancora meno. “Le riparazioni erano una parte redditizia del commercio di orologi”, ha ricordato Ibe, “e i rivenditori non nascondevano di considerare un orologio infrangibile un danno per i loro conti”. Un orologiaio che vendeva un G-Shock rinunciava al cliente che sarebbe tornato per farlo riparare. Anche il prezzo pesava: Casio vendeva digitali economici intorno ai 3.300 yen, il G-Shock ne costava 11.400.
Il disco da hockey
La svolta arriva dall’America. Casio, racconta Ibe, lanciò il G-Shock in Giappone nel 1983 e cominciò a venderlo negli Stati Uniti; per dimostrarne la resistenza fece girare uno spot televisivo. Time+Tide lo descrive: quindici secondi, un giocatore di hockey prende la mira e tira verso la porta, al posto del disco c’è l’orologio. Il portiere, aggiunge Nippon.com, lo blocca nel guanto.
Alcuni spettatori pensarono che Casio esagerasse. Ibe ricorda che qualcuno scrisse a una trasmissione televisiva molto seguita per chiedere una verifica; Nippon.com parla di diversi programmi d’informazione distribuiti in syndication. La verifica comunque ci fu. Casio, nel suo magazine THISTIME, scrive che dopo lo spot fu girato un altro video per dimostrare che non si trattava di pubblicità falsa; Ibe racconta che la trasmissione rifece le prove su una pista da hockey e passò sopra l’orologio con un camion ribaltabile. Il G-Shock sopravvisse a tutto, come era sopravvissuto alle prove interne: Ibe e i suoi, scrive Time+Tide, ci avevano già fatto passare sopra una bicicletta e un’automobile. Le vendite americane cominciarono a salire. Ibe, che nel frattempo era passato a un altro progetto, restava scettico. Il marchio Casio all’estero era poco conosciuto, i clienti volevano qualità a poco prezzo e uno di loro aveva avvertito l’azienda che sopra i 4.000 yen non si vendeva niente; il G-Shock ne costava più di diecimila. “Ero convinto che le vendite si sarebbero esaurite”, ha detto a Nippon.com, “non che sarebbero decollate in tutto il mondo”.
Sul dettaglio dello spot le fonti non sono d’accordo. Time+Tide lo colloca nello stesso anno del lancio, il 1983. Fratello lo sposta al 1984 e lo lega al DW-5200C, un quadrato con la stessa cassa del primo, che i collezionisti chiamano “The Hero” perché, scrive Weppelink, salvò il nome G-Shock dalla chiusura; secondo la stessa fonte, la prova della trasmissione fu fatta con un DW-5000C. Tutte le versioni concordano sul paese: il G-Shock decollò negli Stati Uniti.
Il ritorno a casa
Il Giappone arriva per ultimo. Negli anni Novanta, racconta Casio, skater e surfisti si innamorano del G-Shock per la robustezza e per lo stile. Nippon.com aggiunge che i modelli più grossi si sposavano bene con i pantaloni larghi della moda di strada americana di quegli anni. Solo con l’arrivo della moda urbana in Giappone, secondo la stessa testata, anche i consumatori giapponesi cominciano a interessarsi al marchio.
Da quel momento Casio corre. “La domanda era alle stelle e i rivenditori ci gridavano di sbrigarci”, ha raccontato Ibe a Nippon.com; l’azienda, nel panico, arrivò a vietare i G-Shock ai dipendenti. I rivenditori, che nel 1983 vedevano nell’orologio infrangibile un nemico, ora ne chiedevano di più. Ibe si mise a lavorare su un G-Shock tutto in metallo, pensato per l’ufficio: l’MR-G arriva nel 1996 e, secondo lui, va esaurito il primo giorno. Dal 2008 Ibe gira il mondo per gli incontri con gli appassionati che Casio chiama “Shock the World”; Nippon.com racconta che impara a memoria le sue presentazioni nella lingua del paese che lo ospita, in più di trenta paesi. Sul palco scaglia un G-Shock contro una tavola, un numero diventato fisso in quegli incontri.
Casio continua a rifare le prove per il pubblico. Nel suo magazine THISTIME, più di quarant’anni dopo il lancio, ha raccontato di aver fatto passare un camion decorato giapponese, una dekotora da più di 6.000 chili lanciata a quasi 40 all’ora, sopra un G-Shock da 52 grammi in un parcheggio di Tokyo, sotto la pioggia: l’orologio funzionava ancora.
Nel novembre 2024 Casio ha annunciato il DW-5000R, che rifà il DW-5000C con una fedeltà che l’azienda dichiara superiore a quella di tutte le riedizioni limitate precedenti: il cinturino riprende anche le irregolarità intorno ai fori, la lunetta torna piatta, il fondello in acciaio porta di nuovo la scritta “Shock Resistant” e lo stabilimento è ancora quello di Yamagata. Questa volta, dopo una serie di riedizioni limitate, Casio lo ha messo nel catalogo fisso. Le concessioni al presente sono una luce LED più forte e la resina di origine biologica per lunetta e cinturino. Fratello, nel 2021, stimava fra 750 e 2.000 euro il prezzo di un DW-5000C originale, a seconda delle condizioni.
Un orologio fuori dalla definizione
Dire che il DW-5000C era in anticipo sui tempi, come fa la stessa Casio, spiega poco. Nel 1983 un orologio fatto bene doveva essere sottile e andava trattato con riguardo; il negozio che lo vendeva contava di rivedere il cliente al banco delle riparazioni. Il quadrato di Ibe stava fuori da tutte e due le regole. Era spesso e di resina. Costava più del triplo dei digitali economici della stessa marca senza promettere nessuna eleganza in cambio. Prometteva una cosa sola, quella scritta nella riga del 1981: la cosa che il mercato giapponese di allora non chiedeva.
Il pubblico, poi, è andato verso di lui; per arrivarci ci sono voluti uno spot con un disco da hockey e gli skateboard degli anni Novanta. Quarantatré anni dopo, il 29 ottobre scorso, Casio ha presentato la CMK-100, un automatico con la cassa in titanio, 10 bar e un movimento fatto in Giappone, proposto per l’uso di tutti i giorni e per l’ufficio: l’azienda che si è fatta un nome con l’orologio da non trattare con cura mette un movimento meccanico, il cuore dell’orologio delicato per eccellenza, in un modello che porta soltanto il nome Casio (ne abbiamo scritto nella Breve del 30 ottobre).
Fonti
- Casio (G-SHOCK Singapore), “#01 ORIGIN OF G-SHOCK”, serie “Five stories about G-SHOCK”
- Casio (G-SHOCK Singapore), “Kikuo Ibe – Dear Younger Me”
- Nippon.com, Hashino Yukinori, “Tough and Timeless: Ibe Kikuo and the Development of the G-Shock”, 2 novembre 2021
- Time+Tide, “The ‘Father of G-Shock’ Kikuo Ibe reveals G-Shock testing secrets, including an Australian bus”, 27 novembre 2023
- Worn & Wound, “WU25 Panel: Kikuo Ibe, G-Shock, and the Origin of Toughness”, 24 novembre 2025
- Fratello, Jorg Weppelink, “Buying Guide: The Best G-Shock Watches From The 1980s”, 7 agosto 2021
- Casio Computer Co., “Casio to Release Re-creation of First-Ever G-SHOCK”, 28 novembre 2024
- Casio, THISTIME, “Shock Resistance Challenge”
- Casio, “Casio to Release Lightweight Mechanical Watch with Excellent Readability”, 29 ottobre 2026
- Foto in apertura: Stollenbaeck, “Erste Casio G-Shock DW-5000C, Modul 240 von 1983”, Wikimedia Commons, 4 novembre 2020, licenza CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/)
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