
Locomotive. Una parola francese, su un orologio giapponese, scelta da un designer svizzero-ginevrino. Nessuna delle tre nazionalità si sovrappone, nessuna si spiega con le altre, e nessuno sentì il bisogno di giustificare la cosa. Gérald Genta battezzò così il suo orologio per Credor nel 1979, e fu l’unica volta in tutta la sua carriera che dette un nome a un pezzo disegnato per qualcun altro. Non un brief da seguire, non un titolo imposto dal cliente. Una scelta sua, personale, che dice molto sul tipo di rapporto che aveva con quella commissione e con chi gliela aveva fatta.
Il resto del pezzo racconta quella storia. Ma per arrivarci bisogna prima capire cos’è Credor, perché nel 1979 Seiko decise di chiamare il designer più famoso della Svizzera a lavorare per un marchio giapponese, e perché Genta accettò in un momento in cui farlo significava rischiare di passare per un traditore.
Il vertice dorato: nascita di un marchio che nessuno conosce
Seiko nel 1974 è già un gigante. Ha lanciato il Quartz Astron nel 1969, ha vinto la corsa alla precisione, produce milioni di orologi l’anno e si posiziona con forza su ogni fascia di mercato. Ma c’è qualcosa che manca: una linea che parli il linguaggio del lusso autentico, quello dei metalli preziosi, della manifattura artigianale, dell’esclusività numerica. Grand Seiko esiste già e porta avanti la bandiera della precisione meccanica, ma il posizionamento che Seiko cerca è diverso, più alto, più vicino all’oreficeria che all’ingegneria.
Nasce così, nel 1974, il marchio Credor. Il nome deriva dal francese crête d’or, che significa “vetta d’oro” o “culmine dell’oro”, e il rimando linguistico alla Francia non è casuale: in quegli anni il lusso orologiero parla ancora quasi esclusivamente francese e svizzero, e scegliere una denominazione in quella lingua era un modo preciso per collocarsi in quel territorio. I primi modelli vengono commercializzati con il solo marchio Seiko sul quadrante, ma la linea ha già una propria identità catalogo: orologi in metalli preziosi, lavorazioni al limite delle capacità manifatturiere disponibili, tirature contenute, destinati al mercato interno giapponese.
La transizione al marchio autonomo è graduale. Fino al 1978 la denominazione usata nelle comunicazioni ufficiali è ancora Crêt D’or, la versione francofona del nome. Il cambio in Credor avviene nella seconda metà di quell’anno, e con esso arriva anche la prima comparsa del nome sul quadrante, su alcuni modelli selezionati. Il logo a tre punte, che stilizza il kanji giapponese per montagna 山 con tre stelle al vertice, viene introdotto nel 1980 e porta in sé tutto il programma estetico del marchio: le tre stelle rappresentano i tre pilastri fondativi di Credor, ovvero l’estetica ispirata alla sensibilità giapponese, la tecnologia manifatturiera d’avanguardia e la trasmissione delle competenze artigianali accumulate da Seiko in oltre cent’anni di storia.
Quello che rende Credor un caso unico nell’industria orologiera è la sua quasi totale invisibilità al di fuori del Giappone. Non per carenza di qualità, ma per scelta: il marchio nasce per il mercato domestico, è pensato per rispondere a una certa sensibilità estetica giapponese fatta di raffinatezza trattenuta, proporzioni essenziali, finiture che non urlano ma sussurrano. Mentre Grand Seiko negli anni successivi inizierà un lungo lavoro di presenza internazionale, Credor rimane nel suo recinto. Distribuito principalmente attraverso i grandi magazzini di lusso e le boutique Seiko in Giappone, diventa un oggetto di nicchia assoluta: conosciutissimo tra gli appassionati nipponici, quasi mitologico per chiunque ne cerchi traccia dall’estero.
Sul piano tecnico, Credor sviluppa nel tempo alcune delle soluzioni più ambiziose dell’intero gruppo Seiko. I calibri della serie 68 arriveranno a spessori attorno ai due millimetri, tra i movimenti meccanici più sottili mai realizzati. Il tourbillon Fugaku, il ripetitore a minuti Spring Drive, la linea Eichi con il quadrante in porcellana bianca dipinto a mano: ogni decennio porta qualcosa che sposta il limite di quello che il Micro Artist Studio di Shiojiri considera possibile. Credor non compete sulle quantità, compete sulla qualità intrinseca del singolo pezzo.
Ma nel 1979, tutto questo è ancora da costruire. E Seiko decide di fare una cosa molto insolita: chiamare il designer più famoso della Svizzera a disegnare un orologio per un marchio giapponese, nel pieno della crisi al quarzo che stava mettendo in ginocchio l’industria elvetica.
Lo svizzero che amava il Giappone
Gérald Genta nasce a Ginevra nel 1931 e cresce artisticamente come disegnatore di gioielli prima di scoprire che la sua vera materia sono i quadranti, le casse, i bracciali. All’inizio degli anni sessanta lavora su commissione per i grandi marchi svizzeri, restando per lo più anonimo come la gran parte dei designer di settore: il nome sul quadrante è quello della casa, non di chi ha tenuto la matita. Poi arrivano il Polerouter per Universal Genève, la Constellation rinnovata per Omega, e in rapida successione, nell’arco di pochi anni nei primi anni settanta, le due creazioni che cambieranno per sempre il mercato degli orologi sportivi di lusso: il Royal Oak per Audemars Piguet nel 1972 e il Nautilus per Patek Philippe nel 1976.
Il paradosso di Genta in quegli anni è che mentre il suo lavoro diventa sempre più riconoscibile e influente, lui stesso rimane nell’ombra. I marchi svizzeri sono ben contenti delle sue idee ma non particolarmente ansiosi di condividere il merito. Il Giappone cambia questa dinamica in modo radicale.
Il legame tra Genta e Seiko nasce nei primi anni settanta attraverso la figura di Reijiro Hattori, nipote del fondatore dell’azienda e all’epoca vicepresidente esecutivo del gruppo. Hattori è un ammiratore del lavoro di Genta e lo invita in Giappone inizialmente per incontrare il team di design interno e stimolare un confronto sulla cultura orologiera internazionale. Quella che doveva essere una visita diventa il punto di partenza di un rapporto durato anni. Come racconta Evelyne Genta, la moglie del designer, non appena Gérald arrivò in Giappone disse: “È questo il paese che amo.” Le ceramiche, le case, il modo in cui il cibo veniva presentato quasi come un atto artistico: tutto lo affascinava.
La collaborazione tra Genta e Seiko va molto oltre il singolo Locomotive. In quel periodo emergono diversi indizi, alcuni documentati, di un coinvolgimento del designer in alcune linee dell’Acier collection del 1978. La ricerca fatta da Plus9Time ha trovato all’interno di alcune casse di quei modelli il marchio gérald genta SWISS inciso, a testimonianza di una fornitura diretta di componenti dalla sua manifattura ginevrina. Ma il confine preciso di questo coinvolgimento rimane ancora in parte non documentato, e sarebbe scorretto costruirci sopra certezze che le fonti non supportano.
Quello che è certo e verificato da più fonti, inclusa la testimonianza diretta di Evelyne Genta, è la storia dei sei orologi a calendario perpetuo. Genta aveva realizzato sei prototipi personali, complicazioni elaborate con quadranti raffiguranti sole e cielo. Li portò in Giappone. Hattori li vide e disse: “Finiscili e riportali. Li voglio esporre da Wako.” Wako era, ed è ancora oggi, il grande magazzino di lusso di Ginza di proprietà del gruppo Seiko, una delle vetrine più prestigiose di Tokyo. Gli orologi furono esposti e venduti a collezionisti giapponesi. Fu lì, racconta Evelyne, che Hattori spronò Genta a mettere il proprio nome sui quadranti. “I marchi svizzeri non avrebbero mai fatto una cosa del genere,” dice. “E Gerald, per la prima volta, mise il suo nome su un orologio. Senza quella spinta, non so se avrebbe avuto il coraggio di farlo.”
In un settore dove la storia del marchio di solito oscura quella di chi progetta, questa è una piccola rivoluzione.
Il Locomotive: un orologio dal nome francese per un marchio giapponese
Il momento in cui Hattori chiede a Genta di progettare qualcosa di specifico per Credor arriva verso la fine del decennio. La richiesta, stando a quanto riferisce Evelyne, non era accompagnata da un brief rigido. Genta arrivò con una proposta: “Questo è quello che farei se fossi al tuo posto.” Era il modo in cui lavorava meglio, quello che dava i risultati più personali.
Lo sketch originale del Locomotive è datato 1978. L’orologio viene lanciato nel 1979 con la referenza KEH018.
A colpo d’occhio, la parentela con il resto del catalogo Genta è inequivocabile: case geometrico, viti a vista sul bezel, bracciale integrato nel design complessivo. Ma guardando più attentamente emergono le differenze. Il case è esagonale, non ottagonale come nei grandi classici precedenti. E il bracciale non si raccorda alla cassa con la continuità fluida tipica del Royal Oak: si aggancia al centro, in un unico punto di connessione, creando un effetto visivo che molti, allora come oggi, trovano straniante. Il bracciale sembra galleggiare intorno alla cassa, troppo largo rispetto al case, non perfettamente armonioso a prima vista. È questa asimmetria percepita a rendere il Locomotive divisivo, e a spiegarsi con la logica di chi lo ha indossato: sul polso, quella connessione centrale funziona, trasforma l’orologio in qualcosa di più simile a un gioiello che a un segnatempo sportivo.
Il nome lo scelse Genta stesso, ed è l’unico orologio disegnato al di fuori della sua maison a cui abbia dato personalmente un titolo. Locomotive in francese evoca il treno in marcia, ma nel contesto è anche sinonimo di forza trainante. Come racconta Credor, Genta scelse questo nome sperando che l’orologio potesse spingere in avanti il marchio e, con esso, l’intera visione orologiera di Seiko. Un atto di generosità creativa, o forse la consapevolezza che quel pezzo portava con sé qualcosa di più di una bella cassa.
Nella versione originale del 1979, il Locomotive è in acciaio, alimentato da un movimento al quarzo, con un profilo sottile che riflette i gusti estetici dell’epoca e, al tempo stesso, la naturalezza con cui Seiko abitava la tecnologia quartz in quegli anni. Non fu un successo commerciale, almeno stando alle ricostruzioni storiche disponibili. E rimase in produzione per un tempo limitato prima di scomparire quasi completamente dal radar, sopravvivendo soltanto nelle aste di pezzi vintage e nella memoria degli appassionati più attenti.
Quello che rimane
Nel 2024, per il cinquantesimo anniversario del marchio, Credor ha riportato il Locomotive in produzione. La riedizione limitata a 300 esemplari, referenza GCCR999, è in titanio ad alta intensità, con un nuovo calibro automatico esclusivo chiamato CR01, derivato dall’architettura del movimento Seiko 6L35 ma rifinito con verniciatura dorata, striature sui ponti e sul rotore, viti brunitee. Il quadrante riprende lo sketch originale di Genta con circa milleseicento linee radiali incise direttamente sul metallo con un processo sviluppato appositamente. Il prezzo di listino era intorno ai dodicimila dollari.
La storia si è chiusa, almeno per ora, con un brindisi a Parigi. Evelyne Genta, parlando ai presenti alla cena al Ritz per il lancio, ha detto: “Vorrei brindare non al successo del Locomotive, ma all’amicizia.” Una frase che riassume cinquant’anni di rapporto tra un designer svizzero con la passione per il Giappone e una famiglia industriale giapponese con il rispetto autentico per l’arte di chi disegna.
Il Locomotive non è il più grande orologio di Genta. Non è il più famoso. Non è nemmeno il più bello, dipende da chi guarda. È però forse quello più personale, l’unico che porta un nome scelto da lui, l’unico nato da un’amicizia vera piuttosto che da un rapporto cliente-fornitore. E questo, per chi guarda gli orologi cercando le storie dietro al metallo, vale quanto qualsiasi Royal Oak.
