Cinquantacinque millimetri di acciaio, un pulsante rosso che sembra il bottone di lancio di un missile nucleare e una cassa asimmetrica che sfida qualsiasi canone estetico. L’Omega Seamaster 600 — conosciuto da tutti come Ploprof — è l’orologio che nessun ufficio marketing avrebbe mai approvato. Eppure, mezzo secolo dopo la sua nascita, è uno dei pezzi più ricercati e amati della storia dell’orologeria. Questa è la sua storia.
Un orologio nato sul fondo del mare
Per capire il Ploprof bisogna capire il decennio in cui nacque. Negli anni Sessanta, il fondo dell’oceano era la nuova frontiera. Le compagnie petrolifere stavano spingendo sempre più in profondità alla ricerca di giacimenti offshore, e con loro i sommozzatori professionisti: migliaia di uomini il cui lavoro consisteva nel saldare condotte, riparare piattaforme e svolgere operazioni di manutenzione a centinaia di metri sotto la superficie. Non erano sportivi in vacanza: erano operai del mare, e avevano bisogno di strumenti — non di gioielli.
In questo contesto, nel 1968, la COMEX (Compagnie Maritime d’Expertises), fondata nel 1961 a Marsiglia da Henri Delauze, si rivolse a Omega con una richiesta precisa: costruire un orologio capace di resistere a profondità superiori ai 400 metri. Non era una sfida tecnica banale. A quelle profondità la pressione idrostatica è devastante, ma il problema più subdolo era un altro: l’elio. I sommozzatori in saturazione respirano miscele gassose ricche di elio, le cui molecole — le più piccole dell’universo — sono in grado di infiltrarsi all’interno di qualsiasi orologio durante le lunghe permanenze in camera iperbarica. Quando poi il subacqueo torna in superficie e la pressione scende, quelle molecole si espandono, e possono letteralmente far esplodere il vetro dall’interno.
La soluzione di Rolex era stata la valvola di scarico dell’elio, introdotta sul Sea-Dweller. Omega scelse una strada diversa, più radicale: impedire all’elio di entrare del tutto.
La cassa monoblocco e l’acciaio di Urano
I quattro anni di sviluppo tra il 1968 e il debutto al Baselworld del 1969 — con la messa in commercio effettiva che avverrà solo nell’aprile del 1971 — produssero un orologio che non somigliava a nessun altro. Il cuore del progetto era la cassa monoblocco: ricavata da un unico blocco di acciaio, non aveva un fondello separato. Tutti i componenti — movimento, quadrante, vetro — venivano inseriti dall’alto, e il tutto veniva sigillato con una pressione straordinaria. Il risultato era un involucro che, secondo un test dell’American Diving Research Centre Ocean Systems Inc., offriva una tenuta stagna superiore a quella di un sottomarino.
Il materiale scelto era altrettanto insolito: il cosiddetto “acciaio Urano”, ovvero l’acciaio 904L, un’lega ad altissima resistenza alla corrosione. Omega fu il primo produttore orologiero a utilizzarlo — una scelta che Rolex adotterà solo decenni dopo per i propri Oyster. Il vetro minerale, rinforzato e dotato di cerchiatura esterna metallica avvitata, completava un’architettura pensata per resistere a qualsiasi sforzo.
Ma l’elemento che colpisce di più — e che rende immediatamente riconoscibile il Ploprof — sono le sue scelte ergonomiche, tutte dettate dalla funzione. La corona è posizionata a sinistra, alle nove, protetta da un robusto guard: in questo modo non interferisce con il movimento del polso destro del subacqueo durante il lavoro. Sul lato opposto, a circa le due, trona il Grande Pulsante Rosso. Premendolo si sblocca la ghiera bidirezionale rotante, che altrimenti rimane fissa. È un sistema di sicurezza fondamentale: girare accidentalmente la ghiera sott’acqua significherebbe perdere il riferimento del tempo di immersione, con conseguenze potenzialmente letali.
Un nome preso in prestito dai sommozzatori
Il nome ufficiale è Omega Seamaster 600 — il numero indica la profondità di tenuta in metri. Il soprannome Ploprof, invece, non nacque negli uffici di Bienne: emerse organicamente tra i sommozzatori professionisti francesi come abbreviazione di plongeur professionnel, ovvero “sommozzatore professionista”. Col tempo, il termine venne consolidato dalla letteratura orologiera di settore, e Omega lo adottò ufficialmente per i modelli successivi. Vale la pena notare che, come sottolineano i ricercatori più scrupolosi, il nome “Ploprof” fu inizialmente associato a una certa confusione cronologica: alcuni testi di riferimento attribuivano erroneamente la denominazione solo al Seamaster 600, quando in realtà si riferiva anche al successivo Seamaster 1000.
Sul piano del movimento, Omega scelse il calibro 1002, un automatico di manifattura — scelta coerente con l’ambizione professionale del progetto. Alcuni prototipi erano stati equipaggiati con il calibro 1000, ma la versione di serie adottò il 1002 come standard. L’ultima variante della prima serie, prodotta nel 1976 in soli 300 esemplari, montava invece il calibro 1012.
La COMEX scelse Rolex. Ma il Ploprof vinse comunque.
I test sul campo del Ploprof avvennero nel 1970, durante la missione Janus II della COMEX nel Golfo di Ajaccio: tre sommozzatori rimasero per otto giorni in una camera pressurizzata a 200 metri di profondità, uscendo a turni per lavorare a 253 metri. L’orologio regge. Riesce dove altri falliscono. Eppure, quando si tratta di assegnare la fornitura ufficiale, la COMEX sceglie Rolex e il suo Sea-Dweller. I motivi sono più di uno: secondo alcune fonti, Omega aveva rifiutato di consentire a COMEX di diventare distributore del modello. Secondo altre ricostruzioni, pesava anche il fatto che con l’avanzare delle tecniche di saturazione, la necessità di un orologio meccanico per misurare i tempi di decompressione stava diventando meno critica.
Il Ploprof entrò quindi sul mercato retail nell’aprile del 1971, privo del blasone di fornitore ufficiale COMEX. Ma i numeri di vendita, all’epoca, non entusiasmarono: come riconoscono le stesse fonti specializzate italiane, “la risposta del mercato non ripagò lo sforzo fatto per la produzione”. Un orologio di 55 mm per 48 mm, asimmetrico, con il pulsante rosso e la corona a sinistra, era difficile da spiegare ai clienti abituati a qualcosa di più tradizionale. Al polso sembrava — come l’ha definito qualcuno — “una valvola per bombole di sommozzatore”.
L’Avvocato sopra il polsino
Poi arriva Gianni Agnelli, e tutto cambia. L’Avvocato — all’epoca presidente della Ferrari oltre che di Fiat — acquista un esemplare e lo indossa come solo lui sapeva fare: sopra il polsino della camicia, con la stessa nonchalance con cui avrebbe potuto portare un Patek Philippe d’oro. Lo sfoggia nel cockpit della sua barca, sui pontili, agli eventi mondani. Lo abbina agli abiti sartoriali e alle camicie di jeans. Il Ploprof, in mano a lui, non è più uno strumento da lavoro: diventa il simbolo di quella sprezzatura tutta italiana che Agnelli aveva elevato a forma d’arte — la capacità di essere chic fingendo di non curarsi dell’estetica.
La leggenda vuole che portare l’orologio sopra il polsino avesse, per Agnelli, anche ragioni pratiche: evitare che il metallo irritasse la pelle, e risparmiare il tempo di sollevare il polsino della camicia per guardare l’ora. Ma chi conosce la storia del personaggio sa bene che in lui pratico e scenografico si confondevano in modo indissolubile. Quel che è certo è che l’effetto fu dirompente: il Ploprof divenne in Italia un autentico status symbol, ricercato da chi voleva distinguersi con un gesto di gusto insolito e sicuro.
Il ritorno nel 2009: più profondo, più moderno
La produzione della prima serie si chiuse con le varianti degli anni Settanta. Poi, per trentatré anni, silenzio. Il Ploprof divenne un oggetto del culto, un fossile venerato dai collezionisti più appassionati, con i migliori esemplari vintage che oggi si scambiano tra i 7.000 e gli 11.000 euro nelle aste internazionali.
Nel 2009, al Baselworld, Omega lo riporta in vita con il Seamaster Ploprof 1200M. Il numero parla chiaro: la tenuta stagna sale a 1.200 metri, il doppio dell’originale. Le dimensioni rimangono fedeli — 55 x 48 mm — ma l’architettura cambia: si abbandona la cassa monoblocco in favore di un fondello avvitato, e si aggiunge una valvola automatica di scarico dell’elio, posizionata sotto il pulsante di sblocco della ghiera. Il pulsante stesso, un tempo rosso plasticoso, diventa arancione e più raffinato. All’interno batte il calibro Co-Axial 8500, con riserva di carica di 60 ore — uno dei primi movimenti in-house della nuova generazione Omega, con lo stesso principio di funzionamento utilizzato nel De Ville Hour Vision.
Nel 2016 arriva la versione in titanio grado 5, con lunetta in ceramica e certificazione METAS: il calibro diventa il Master Chronometer 8912, senza data, con resistenza magnetica oltre 1,5 tesla. Nel 2023, per i 75 anni della collezione Seamaster, Omega reintroduce la costruzione monoblocco originale nella versione “Summer Blue” in O-megasteel, con calibro 8912 certificato METAS e un’estetica total look in azzurro che rappresenta la prima declinazione cromatica così marcata nella storia del modello.
Perché un orologio “brutto” dura per sempre
Omega stessa, in un’inserzione pubblicitaria degli anni Settanta, scrisse: “May not look pretty on the surface, but deep down it’s beautiful” — potrebbe non sembrare bello in superficie, ma in profondità è bellissimo. Era una dichiarazione di intenti quasi provocatoria per un marchio che produceva anche orologi da cerimonia e gioielleria. Ma era anche perfettamente onesta.
Il Ploprof non ha nulla di decorativo. Non ha nulla pensato per sedurre chi lo guarda da fuori di un negozio. È un orologio che nasce per fare una cosa sola nel modo più efficace possibile: misurare il tempo a profondità abissali, con guanti da subacqueo, con visibilità ridotta, sotto pressioni che farebbero cedere qualsiasi orologio comune. Il fatto che sia diventato un oggetto di culto è la dimostrazione che c’è un pubblico — crescente — che ama l’onestà tecnica più dell’estetica convenzionale.
Il quadrante blu scuro — o nero nelle varianti alternative — con le sue grandi lancette a daga (quella dei minuti sovradimensionata e arancione, per non confonderla con quella delle ore), i grandi indici luminescenti, la ghiera graduata: tutto serve. Niente è ornamentale. Ed è esattamente questo il motivo per cui chi lo indossa — che sia un sommozzatore del Mare del Nord o un collezionista di Milano — lo fa con una certa consapevole sicurezza. Come Agnelli con la sua sprezzatura: non per fare bella figura, ma perché ci crede davvero.
Il prossimo episodio della serie è in arrivo. Nel frattempo, diteci: qual è l’orologio che, secondo voi, non doveva piacere a nessuno e invece ha conquistato tutti?
Articolo della rubrica “L’Orologio che Non Doveva Piacere a Nessuno”

Lascia un commento